Quel piccolo mondo antico e la vita che gli scorreva attorno
FENESTRELLE: La valle dei Mulini e l’antica Masseria
di Pasquale Matarazzo
.....Abbiamo percorso una parte del tragitto del Fenestrelle partendo da via Zigarelli, area dalla quale sono iniziati i lavori della famosa bretella di collegamento con Piazzetta Perugini.
Ho voluto, tra l’altro, che a questo sopraluogo, partecipasse anche mio figlio al quale voglio, soprattutto, trasmettere la passione e l’amore per il territorio, affinché, viste le sue ottime doti nel disegno, tracciasse sul foglio quello che lo aveva maggiormente colpito. Giunti alla fine della strada mi sono reso conto che se non fosse per la natura, che si sforza di regalarci la sua presenza, il deserto sarebbe poca cosa di fronte allo scempio che si sta compiendo.
Colate di cemento cingono i costoni tufacei e la pulitura delle betoniere porta fiumi di calce lungo l’alveo del fiume privo, oramai, di piante spondali.
E’ così lontano, eppure così vicino, guardando l’acqua putrida del fiume, il ricordo di quando da ragazzini, in bici, percorrevamo la strada che lo fiancheggiava e da Avellino ci portava fin su a Torrette e poi a C.da Bagnoli, da dove, in un angolo nascosto del Monte Faliesi (m.941), il fiume nasceva e, come da una finestra, si potevano scrutare le valli e i monti intorno fino ai Picentini.
Quante volte ci siamo bagnati nell’acqua limpida del fiume, dove famiglie di girini, sfuggivano sotto i nostri occhi, le sanguisughe si attaccavano alla pelle e bisce nere come la pece si attorcigliavano lungo i sentieri e ci incutevano terrore.
Risalire il tempo fa stare male, è meglio tornare in se e riprendere la strada per osservare e capire se questa antropizzazione che segue il nostro cammino può dare un senso alla storia del vecchio fiume dell’antica valle.
Superato il ponte di via Zigarelli sul costone destro della strada che porta a Quattrograne è ancora visibile il tunnel venuto alla luce dalla pulitura dei rovi, oramai ostruito da un crollo e che, probabilmente, attraversava il banco tufaceo per parecchi metri.
Al di sopra delle sponde del fiume si notano vecchi canali artefatti in tufo, detti “palate”, dal nome di antichi argini protetti da pali di legno che, presenti lungo tutto il corso del fiume, i più importanti si trovano presso i mulini dell’Infornata e Macchia, convogliavano le acque per trasmettere la loro energia ai mulini.
Una vera opera di ingegneria idraulica che favoriva gli scopi industriali e quelli irrigui delle varie ische presenti lungo il corso del fiume.
Non potevo immaginare che in quella desolazione che non è propria di un luogo dove la biodiversità, un tempo, la faceva da padrona, qualcosa potesse attrarre i miei occhi e resistere ancora all’incedere del tempo.
Una vecchia architettura, riconducibile ad una masseria, che da informazioni assunte, sembra appartenesse alla famiglia Barra, alla sommità della strada, verso Quattrograna, nella sua fatiscenza, è l’unica cosa viva del luogo l’unica in grado, di raccontare, di emozionare.
L’antica costruzione rurale databile, probabilmente, alla seconda metà dell’800, è la tipica struttura architettonica legata all’attività di coltivazione dei fondi di pertinenza e alla conservazione dei prodotti.
La fabbrica è su due livelli, gli ingressi sono semplici in tufo archivoltato e innesti in cotto, presenta un cellaio al piano seminterrato, di forma rettangolare, ricoperto da splendide volte a botte, ben areato dalle celle laterali, che si vedono nella foto, per assicurare la conservazione del vino; si notano, infatti, vecchi tini, oramai fradici e antichi attrezzi della vita contadina e si sente, da lontano, il dolce picchiettare del gocciolio dell’acqua sulla superficie forse per la presenza di una risorgiva che alimentava un pozzo e che ora minaccia la base dei pilastri in tufo
Il piano superiore, ad uso abitativo, è completamente ostruito dal cedimento del tetto, in travi di legno e coppi e le finestre sono invase dalla natura che ha preso il sopravvento, le foglie di un albero di sambuco, infatti, si affacciano sulla strada sterrata.
Tutto intorno, in modo da realizzare un sistema perfettamente autosufficiente, si notano alcuni ruderi di strutture fatiscenti adibite ad attività produttive, riconducibili alla stalla e all’aia, con l’accesso sul lato ovest al cellaio.
Da quanto ho descritto, cosa che gia feci, tempo fa per la masseria Tarantino di Arcella, è innegabile il valore storico, sociale ed architettonico delle masserie, le quali offrono, non solo un contributo allo studio dei processi insediativi nel territorio avellinese e le sue propaggini, ma anche una autentica testimonianza di quel solido mondo rurale con le sue quotidiane fatiche, con il suo profondo rispetto per l’ambiente, il paesaggio e la natura.
Lo stesso rispetto che si sta avendo con la scellerata progettazione della bretella che mi auguro non cancelli anche questa risorsa che racconta uno spaccato rappresentato dalla civiltà contadina, ricco di tradizioni, cultura e architettura, un opportunità per nuove iniziative nel settore del turismo enogastronomico e paesistico.
Le masserie punteggiano e connotano il paesaggio agrario della nostra provincia con la loro presenza hanno accompagnato il mutare, invero assai lento, delle innovazioni tecnologiche, delle relazioni sociali e del lavoro e la vita produttiva che esercitavano rappresentava un forte attaccamento ai valori che oggi non c’è più.
Il Fenestrelle, la valle che lo ospita con i suoi antichi mulini, oramai ridotti a ruderi; quello dell’Infornata, di C.da Macchia, della Punterola, le masserie, pur nella loro fatiscenza, meritano la giusta attenzione......