Il Borgo di S. Antonio Abate dal Ponte di Salerno

 

Quel dipinto-documento di Daniele De Feo

 

 

Ci sono dipinti che costituiscono veri e propri documenti storici, perchŹ ci informano, anche senza volerlo, su luoghi storici caratteristici di una cittą e su pagine talvolta inedite di vita vissuta. E’il caso del dipinto di Daniele De Feo intitolato Borgo di S. Antonio Abate dal Ponte di Salerno (Coll. Priv. Masturzi-La Greca, Avellino).

L’autore, pittore dell’Ottocento, dimorava ad Avellino in Via Ponte della Ferriera (il cui prolungamento sfociava in prossimitą dell’attuale Via Generale Cascino sorta a seguito di abbattimento nel 1820-21 sia dell’Ospedale Fatebenefratelli e sia dell’annessa Chiesa di S. Carlo Borromeo), dove nacque l’1 luglio 1851 e morď nel 1925. (Cfr. Armando Montefusco, tavola Fig. 5 che sarą inserita in una prossima pubblicazione sulla “Via  Due Principati”).

Il dipinto in questione fa parte della collezione dei dipinti della famiglia Masturzi-La Greca che io fotografai alla fine del Novecento e pubblicai a corredo del profilo critico dell’autore nel mio libro Pittori Irpini dell'Ottocento, Ed. Sellino, 2001.

Il quadro, che si dispiega in forma rettangolare allungata, risveglia in me profondi ricordi personali.

Ricordo che la mamma della Signora Ada Masturzi in La Greca (quest'ultima gentilissima e distinta Signora d'altri tempi, bravissima maestra di scuola elementare, dotata di profonda cultura non meno del marito, il famoso ed amato prof. La Greca, fine intenditore di musica ed animatore ineguagliabile di iniziative culturali ad Avellino) morď durante il terremoto dell''80 sotto le macerie della sua abitazione in Via Generale Cascino (al di qua del Ponte della Ferriera). Ricordo che nel trambusto generale di quei tristi giorni, il caro e mai sufficientemente compianto prof. Giovanni Pionati, allora sindaco di Avellino in carica (che ha legato, nel bellissimo e ben documentato libro Avellino, memorie ed immagini, 1988, Fratelli Palomba editori, Roma, pagine di autentico lirismo alla descrizione di Via S. Antonio Abate), mi riferď che erano stati rinvenuti sotto le macerie dell’ abitazione della Signora Masturzi  crollata a Via Generale Cascino alcuni dipinti di Daniele De Feo che egli aveva provveduto a mettere in salvo e che avrebbe voluto farmi vedere per avere conferma che l'autore fosse proprio Daniele De Feo. Non ebbi modo, per la veritą, di vedere quei dipinti, preso dallo stato di confusione generale e da altre occupazioni e preoccupazioni in quei giorni di paura. Ho motivo di presumere, comunque, che il dipinto che ritrae il Borgo di S. Antonio Abate sia molto probabilmente proprio uno di quei dipinti che erano sotto quelle macerie. Solo qualche anno prima della pubblicazione del libro (1999-2000) vidi di persona, fotografai e pubblicai il dipinto, insieme agli altri dipinti - dei quali alcuni di proprietą del caro prof. Federico Biondi-, perė nell'abitazione della famiglia Masturzi-La Greca sita in Via Matteotti (Av.). Ricordo che sorprendentemente mi impressionė subito ciė che esalta e qualifica questo grazioso dipinto che ritrae Borgo di S. Antonio Abate dal Ponte di Salerno: cioŹ l’incredibile immediatezza con cui l’autore aveva saputo percepire e fare sua, pur in un remoto centro di provincia come Avellino, la tecnica che era stata propria dei Macchiaioli toscani negli anni 1855 -870 e che fu ripresa subito dopo dagli impressionisti francesi. Ed ancora mi par di risentire in quel Borgo di S. Antonio Abate dal Ponte di Salerno l’eco del linguaggio macchiaiolico che si ripercuote nelle pennellate a rapidi e piccoli tocchi evocatori d’atmosfere, nel consapevole disdegno della resa dei minimi particolari, nella preoccupazione di rendere, invece, solo l’impressione visiva corrispondente all’impressione emotiva.

Ho motivo di ritenere che De Feo avesse appreso quella tecnica macchiaiolica in Irpinia dal maestro Michele Lenzi, l’unico altro pittore irpino dell’Ottocento che praticė prima di lui la stessa tecnica, attinta perė, dal pittore bagnolese, direttamente dai pittori toscani che egli contattė e talora invitė al Lago Laceno per  partecipare alla grande “Festa della Montagna” che ogni anno egli organizzava, in qualitą di sindaco, nella sua nativa Bagnoli. Degno seguace di De Feo Ź stato, a mio avviso, l’indimenticabile pittore Guido Palumbo, che, come ricorda il prof. Pionati, “ha eternato nelle sue tele e nelle sue tempere scene e scorci di vita in Via San Leonardo e in Via S. Antonio Abate con struggente e presaga malinconia di poeta”.

Daniele De Feo, come Michele Lenzi, fu molto radicato nel tessuto sociale di appartenenza, cosď come lo furono i Macchiaioli toscani (che letteralmente combatterono al fianco di Giuseppe Garibaldi in nome del Risorgimento e dei suoi ideali). Come le opere dei Macchiaioli forniscono commenti su vari temi socio-politici, tra cui l’emancipazione ebraica, le prigioni e gli ospedali, e le condizioni delle donne, inclusa la condizione delle vedove di guerra e la vita dietro le quinte, cosď i quadri di De Feo documentano la realtą sociale, economica ed umana del capoluogo irpino a partire dalla seconda metą dell’Ottocento. Cosď scrissi, infatti, in merito all’opera Borgo Sant’Antonio Abate dal Ponte di Salerno: “il dipinto Borgo S. Antonio Abate dal Ponte di Salerno evoca una poetica atmosfera nell’ora pomeridiana di una calda giornata primaverile, fermata nelle ombre misteriose delle case sullo stradone e nelle luci che si riflettono sul goffo abbigliamento delle figure. Che il dipinto fosse stato eseguito “nell’ora pomeridiana di una calda giornata” , e, ciė che piĚ conta, dal vero, in un contatto diretto del pittore con l’angolo di S. Antonio Abate ritratto, Ź cosa certa ed addirittura dimostrabile. Infatti, se si confronta la visione fermata nel dipinto con quella fermata nella foto scattata la mattina del 9 novembre 2020  (Fig. 2), si constata che nel dipinto le ombre, in stridente contrasto con la luce, vanno nella direzione opposta a quella che nella foto predetta assumono le ombre, sempre in stridente contrasto con le luci. Con squisito e poetico gusto narrativo e aneddotico, il pittore ritrae seduti sugli usci delle case gruppi di “comari” intente a chiacchierare, come era nell’uso dell’epoca.  Un’annotazione di sapore veristico e di naturale curiositą Ź data invece da quella frotta di “garzoncelli scherzosi” che anima l’ambiente, appollaiata contro il muretto di contenimento delle acque del fiume, sulla destra. Essa offre il richiamo alle quattro galline che beccano e si beccano in primo piano, anch’esse raggruppate sullo sfondo in cui appare, lontano, il vecchio palazzo Amendola. In quest’opera che ritrae uno degli angoli piĚ suggestivi della sua cittą, in un momento di pace e di quiete ritrovato sull’uscio delle vecchie case, dai caratteristici portali in pietra, in rapporto di contrappunto con le ombre e le luci sul denso fogliame e sulle simpatiche figurine distribuite sullo stradone assolato,  Daniele De Feo, attento osservatore della realtą naturale e sociale, degli usi e dei costumi,  si riconferma “poeta”, capace di rendere consapevoli annotazioni psicologiche” (R. Sica, Pittori Irpini dell’Ottocento, Ed. Sellino, 2001, pagg. 45 e 46). Il dipinto rivela la sua efficacia documentaria anche per la rappresentazione del ponte antistante la Villa Amendola progettato dall’Oberty,nel 1820-21, dal momento che tale ponte, individuato da Armando Montefusco nel Ponte Capuano altrimenti detto “Ponte di San Tommaso”, rappresenta “un momento importantissimo sia per la vita del suburbio cittadino (destinato all’emarginazione) che per lo “sconvolgimento” urbano di alcuni tratti della cittą” (A. Montefusco, Facebook 2 novembre 2020 ore 17, 27). Il ponte Ź rimasto cosď  come appare nel dipinto dal 182 finchŹ non fu trasformato negli anni sessanta-settanta del Novecento in quello attuale di cemento armato ad opera della ditta SCAC. L’immagine pittorica ci documenta, infatti, che il ponte presentava, come nel Ponte della Ferriera dell’Oberty (sorretto da due ordini di arcate anch’esse a tutto sesto) un arco a tutto sesto al centro; e che fu fatto costruire dall’Oberty con pezzi tufacei squadrati uniti insieme forse a secco,  o con malta (pozzolana?). Il ponte, dunque, fermato a futura memoria nell’istantanea a colori della tavolozza di De Feo non prima del 1875 e non oltre il 1925, fu sostituito nel 1960-70 dalla ditta SCAC (la scritta SCAC Ź ancora leggibile, incisa, su un punto della superficie esterna del ponte attuale) con l’attuale nuovo ponte in cemento armato precompresso che si vede nella foto della Fig. 3.
Nel dipinto, inoltre, s’intravede, a sinistra, un viottolo con gradini -attraversato da due figure femminili - che s’inerpica tra strutture di vecchi caseggiati (Fig. 4 bis): quel “viottolo a gradelle” ancora esiste oggi, rimodernato in forma di scala elicoidale (Fig. 4) che s’avvita intorno alla struttura muraria terminante in alto con una cupoletta metallica.: tale scala elicoidale  serve per  pareggiare il dislivello esistente tra la strada che s’inoltra al di lą del Ponte e l’altezza della via  S. Leonardo.

Per comprendere meglio come il dipinto, pur nella semplice rappresentazione dal vero di quell’angolo pittoresco del Borgo di S. Antonio Abate, documenti efficacemente la storia dello sviluppo della cittą di Avellino nell’Ottocento, valgano le osservazioni espresse da A. Montefusco nel commento alla tavola (Fig.5) in “Facebook  2 novembre 2020 ore 17, 27 “la tavola ci da un’idea della sequenza di trasformazioni di un lato del “Viale del Miglio” ovvero del “Corso Vittorio Emanuele” dall’attuale Palazzo Sarchiola a via Matteotti (difronte alla Prefettura”, coinvolgendo direttamente (nello spazio ricavato dall’abbattimento prima di una parte e poi di tutto il complesso dell’Ospedale dei Fatebenefratelli e della Chiesa annessa di S. Carlo Borromeo) l’attuale Via Generale Cascino che Ź al termine del prolungamento del tratto del Ponte  detto dei Due Principati o Ponte della Ferriera o Ponte di Salerno) dovuto a Luigi Oberty (1818 ed oltre). Cosď, inoltre, testualmente Montefusco: “La sequenza inizia nel 1765 e prosegue nel 1817, quando, con la soppressione degli ordini monastici, fu abbattuta la chiesa di S. Carlo Borromeo, dell’Ospedale di S. Giovanni di Dio (Fatebenefratelli), per la costruzione del Teatro Provinciale. Nel 1819 fu la volta dell’abbattimento di parte dell’antico Ospedale per creare lo sbocco della via dei Due Principati. Poco dopo furono abbattute anche le ultime tracce dell’Ospedale, dando al Teatro una piĚ elegante visuale. Questa condizione si protrasse fino agli inizi del ‘900 quando fu abbattuto l’ormai pericolante Teatro e sostituito dall’attuale Palazzo Sarchiola” (Ibidem). Con maggiore precisione lo storico Franco Barra ci ricorda come Oberty “fece passare una nuova strada sul vallone di Acquavicola e lungo il taglio del margine del costone tufaceo del pianoro di contrada Chiaria, per poi valicare il Fenestrelle con il ponte della Ferriera”. Egli osserva inoltre che “questa scelta costituď una svolta epocale nella storia urbanistica, e non solo, della cittą. L’abbandono del tracciato medioevale nel fondovalle Fenestrelle per S. Leonardo e S. Antonio Abate determinė infatti il netto spostamento dell’asse urbano verso piazza Libertą e il Corso, destinati a divenire sempre piĚ il nuovo cuore della cittą moderna. Il Ponte della Ferriera, sotto cui scorre il fiume Fenestrelle, costruito tra il 1818 e 1820, portė l’arteria a sfociare sul largo dei Tribunali, la futura piazza Libertą, dopo un ulteriore sbancamento che creė il tratto iniziale di Via Due Principati” (F. Barra, Villa Amendola e la Via dei due Principati in “Il Quotidiano del Sud”, 8 novembre 2010, pag.14). Proprio nel punto di contatto tra il ponte e il caseggiato sulla sinistra (per chi guarda il dipinto), dove oggi insiste l’insegna con l’indicazione stradale di “Via S. Leonardo” (Fig.4), attualmente si erge, come gią detto prima, una scala elicoidale (sormontata da una cupoletta a spicchi metallica costruita dopo il terremoto dell’’80 sul tracciato dell’antico viottolo a gradelle ripreso nel dipinto tra la strada che s’inoltra al di lą ponte e la strada che porta a San Leonardo.

Occorre ammettere che chi ha saputo riassumere il valore documentario del dipinto di Daniele De Feo Ź stato lo storico Armando Montefusco. Cosď egli, in un brano che letteralmente si riporta: ”Questa strada, dipinta da Daniele De Feo nella seconda metą dell’Ottocento, sulla sinistra Ź animata da “conciliaboli” di “comari”, mentre sulla destra oltre ai “panni spasi delle lavandaie” lascia intravvedere una frotta di ragazzini nei pressi della chiesetta settecentesca di S. Leonardo (fuori la prospettiva del quadro). Detta strada non Ź altro che la “gloriosa via pubblica salernitana” che attraversando il suburbio, per circa un millennio, ha rappresentato l’unico collegamento cittadino con Salerno. Sullo sfondo il Ponte Capuano, relativamente recente, costruito dall’ingegnere Oberty negli anni venti dell’Ottocento in serie con il Ponte della Ferriera. Ebbene questo ponte se da un lato rappresenta “il progresso”, ovvero la nuova Via dei Due Principati, dall’altro l’emarginazione del suburbio cittadino che avendo perso il suo ruolo “dignitoso” di “via salernitana” si avviė ad un lento ma costante ed inesorabile degrado” (Armando Montefusco, Facebook, 2 novembre 2020).

Il dipinto in questione fu eseguito, a mio giudizio, probabilmente tra il 1875 e il 1925 (data di morte del pittore). Nel 1851 nasceva Daniele De Feo e tra il 1851 e il 1875 sorgeva e si sviluppava il Macchiaiolismo in Toscana. Considerando che la tecnica adoperata dal De Feo nel dipinto  presuppone che egli avesse gią conosciuto ed assimilato profondamente la pittura dei Macchiaioli toscani, e mettendo le date citate 1855 e 1875 (periodo di sviluppo del Macchiaiolismo toscano) in relazione con le date di esecuzione delle opere urbanistiche di Luigi Oberty ad Avellino, in particolare in Via Due Principati, e  degli edifici e delle costruzioni che appaiono nel dipinto (in particolare della Villa Amendola che s’intravede  nel quadro), si puė ipotizzare, con un buon margine di probabilitą, che il dipinto in questione sia stato realizzato non prima del 1875.

 

Riccardo Sica

 

 

 

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Fig. 1 Daniele De Feo, Borgo  S. Antonio Abate, Coll. Priv. Masturzi-La Greca, Avellino

 

 

Fig. 2 Lo stesso scorcio (dipinto nella seconda metą dell’Ottocento da De Feo) come Ź oggi, 9 novembre 2020 ore 12, in una foto scattata e gentilmente concessaci dall’arch. Antonio Palumbo.

 

Che il dipinto fosse stato realizzato in un pomeriggio  si desume dalle ombre che vanno nella direzione opposta a quella che assumono  le ombre  nella foto eseguita  la mattina del 9 novembre

 

 2020.

 

 

Fig. 3  denominazione della ditta ( SCAC) appaltatrice del nuovo Ponte  nel 1960-70

 

 

 

 

Fig.4. a sinistra scala elicoidale che fiancheggia la struttura muraria ricoperta da cupoletta metallica per ovviare al dislivello tra la strada esterna che s’inoltra oltre

 

 il Ponte e l’altezza della via  S. Leonardo.

 

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Fig. 4 bis    particolare, viottolo con gradelle

Fig.5  Tavola gentilmente concessami dallo storico Armando Montefusco