ALLA SCOPERTA DELLE RADICI -
Gradelle Tintiere, un piccolo mondo che non c’è più
Come eravamo: quando l’acqua si beveva con le foglie
di pasquale matarazzo
Le serate alla Casina del Principe, il ritorno al passato e alla scoperta di un luogo da tempo abbandonato e restituito, finalmente, alla collettività, sono state l’occasione per guardarmi attorno e non soffermarmi solo sulle bellezze architettoniche dell’edificio storico pregevolmente recuperato.
Così ho mosso i miei passi sul marciapiede di fronte.
Una piccola scritta, sul muro diroccato di una
casa, portava ancora il toponimo della zona: Gradelle Tintiere, chiamate così
per le attività industriali impiantate dai Caracciolo, tra cui l’arte della lana
che vedeva nelle “tintiere” la realizzazione dei cosiddetti “bordiglioni” panni
fini di lana, provenienti dalla Puglia, dal caratteristico colore blu (la città
si identificò con l’arte della lana a tal punto che adottò lo stemma costituito
dall’agnello e dal libro degli statuti d’arte).
Mi sono spinto fin giù dove altre scale, a fisarmonica, dividevano in due lo stretto vicolo: una verso Santo Spirito e l’altra verso le “fornelle”.
Sembrava che il tempo si fosse fermato: una finestra aperta aveva ancora brandelli di tende mosse da un lieve soffio di vento, le pietre di tufo e i coppi, a malapena si reggevano ai fradici legni dei solai, sui balconi, vasi di terracotta provavano ancora a far vivere qualche seme che era diventato fiore e il latrato di un cane, il miagolio dei gatti e il chiocciare delle galline erano gli unici segni di una presenza.
Un contadino strappava le ultime risorse all’unica isca della zona e il suo giaciglio, un ammasso di lamiera su muratura diroccata, sulla quale, in equilibrio, sostavano gruppi di piccioni, pur nel degrado, restituiva una forma di vita al luogo.
Mi sono sforzato a ripensare quei luoghi, ma troppo piccoli erano i miei ricordi, quando la mano di mia madre mi trascinava tra quei vicoli, disegnati dall’antico selciato, a trovare zia nannina, una sorellastra di mia nonna.
La chiamavano a “pilirossa” e viveva in un piccolo
basso “abbascio e furnelle”, le cui pietre resistono ancora all’incedere del
tempo, finché la malattia, quando la famiglia era famiglia, non la portò, per
anni, a casa dei miei nonni dove visse felice gli ultimi anni della sua
vecchiaia.
Dalla sua saggezza, ho attinto quello che non avevo potuto vedere, racconti e volti di un tempo che fu e mi sono affidato a zia Ninuccia, una sorella di mia madre, memoria storica della famiglia, per rinfrescare il ricordo e per raccontare il fervore di una piccola comunità che viveva a ridosso del fiume: gli usi, i costumi e i beni autoprodotti.
Un tempo l’antico “suburbio” (tutto ciò che era al di fuori della cinta muraria della “Collina Terra”) pullulava di attività artigianali che si confondevano con la civiltà contadina che aveva le sue radici lungo le ische del fiume fenestrelle.
Uno stile di vita più sobrio, accompagnava le
giornate della gente che viveva il luogo, meno consumista e sprecone,
riscoprendo ad esempio, l’autoproduzione dei beni, il dono, la condivisione
comunitaria e tutti quei principi morali, ecologici ed etici che sono racchiusi
nella parola decrescita felice (recuperare modi di vita più razionali).
Il paniere allora non era altro che un cesto di paglia e l’inflazione un aggettivo che suonava quasi come una malattia.
La povertà era dignitosa per quell’insieme di condivisioni che metteva insieme le classi liberali e quelle contadine, i soldi erano poca cosa, per pagare un medico o un avvocato bastavano delle uova fresche o un cesto di bella frutta.
I farmacisti Novellino e Ficca, il medico condotto Alberto Tino, Rotondi e poi i politici: Sullo, Pionati erano parte attiva di questa comunità.
Ogni risorsa era considerata preziosa ed il suo
consumo era fatto con molta parsimonia; si cercava di prolungare al massimo la
vita degli oggetti; attraverso la coltivazione di piccoli appezzamenti di
terreno(ische) si contribuiva alla tutela del paesaggio, alla stabilità
idrogeologica del territorio e alla salvaguardia di alcune antiche varietà di
frutta locale (pesche e pummo, mele renetta champagne, pere e Sant’Angelo e
fiche melenzane); molti beni autoprodotti in eccesso venivano scambiati
attraverso il dono reciproco, cosa che oggi non riusciamo a fare, pur producendo
in eccesso, per salvare popolazioni svantaggiate.
Mentre lo sguardo andava lungo i vicoli e aldilà del fiume, dove la natura è ancora imperiosa, ho pensato al racconto di mia zia: mi è sembrato per un attimo, come per magia, di rivedere la vita di un tempo.
Un insieme di soprannomi, a causa di troppi nomi simili (Anna - Maria) identificavano persone e luoghi, comportamenti e mestieri, che appartengono a quel cordone ombelicale che ci lega al passato in ogni sua forma, infatti vengono tramandati attraverso le generazioni e fanno parte del patrimonio culturale di un popolo e della sua tradizione.
All’imbocco delle scale c’erano gli impagliatori
di sedie, a pochi passi, un basso, era attrezzato a caseificio: Maria e Nara,
con il latte che proveniva dalle capre e dalle mucche dei contadini della zona,
lavorava formaggio e una ricotta che veniva riposta in fuscelle di giunco
intrecciate, che poi facevano bella mostra nelle salumerie del centro o per
preparare dolci leccornie nelle pasticcerie più accorsate della città.
A destra e sinistra della strada si potevano sentire i rumori dei marmorari (lavoratori del marmo), nella Casina del Principe veniva addirittura stoccato il legno venduto all’ingrosso da Sguazza e nei suoi pressi vi era Raimunno ’o tabaccaro, poi la velanzara che faceva le bilance e chi vendeva il petrolio, chi la cera (ceraiuoli) e il calzolaio Panarelli.
Nei dintorni della chiesa del Monserrato il sarto Sica vestiva i signori della città, poi i De Stefano che vendevano la stoffa, la magliaia Giglio e Tettella ’a piattara che vendeva i piatti e gestiva una piccola osteria, verso la “Punterola” Sica che lavorava il ferro.
Più giù, di fronte la chiesa di San Generoso, c’era un negozio che vendeva crusca e sciuscelle per i cavalli.
Quando si apriva bottega e si esponevano fuori i sacchi pieni di sciuscelle i ragazzi che si recavano a scuola, che dopo la guerra veniva ospitata nei bassi della zona, di passaggio le prendevano, furtivamente, per fare merenda.
Da lontano, sull’alveo del fiume, nei pressi della
vecchia cartiera e della vetreria di Don Generoso Apicella, delle quali si
scorgono ancora i ruderi, si poteva udire il rumore dei panni, intrisi di
cenere, sbattuti sui basoli inclinati sul fiume, che Caterina e cazzutella
lavava, per i ristoranti, ospedali e bar della zona, nei bassi aveva i secchioni
per lavare i panni: a “mappate”.
Masto feluccio e sanguetta, che abitava nei pressi delle fornelle, di professione: barbiere, era specializzato nella cura della pressione alta utilizzando le sanguisughe, prelevate dal finestrelle, e le coppette di calore contro i dolori.
Alle spalle della vetreria c’era la torre d’acqua dove spesso tutti si andavano a fare il bagno e poi n’goppa ’a palata c’era l’isca e Masetta dove si poteva comprare verdura, frutta e insalata e marturiello.
Nei vicoli si aggirava spesso una donna eccentrica che tutti chiamavano “’a simpaticona”, ma lei non si curava di nessuno le piaceva solo farsi ammirare con il suo collo di pelliccia.
Proprio sotto il ponte, a scarpa del castello, dove un tempo vi era una antica fontana con due cannoli si poteva sentire il richiamo di Melella e Gesù Cristo che vendeva e scagliuozzi (polenta fritta) e le fave cotte: Viene ca tengo e scagliuozzi chini e sale e pepe!!
Attorno all’acqua del fenestrelle e delle sue limpide sorgenti, che lo alimentavano, viveva una piccola comunità che dal suo fluire ne traeva linfa per la propria sopravvivenza.
Nei caldi pomeriggi d’estate, presi dalla sete, ci si dissetava da alcune risorgive (gemme d’acqua) lungo la “sciorta” , un immenso castagneto, ancora esistente, che portava sopra i “Palombi”.
L’acqua, freschissima, difficile da bere, veniva attinta da foglie di castagno, avvolte l’una sull’altra e infilate nella risorgiva: una sorta di cannuccia vegetale.
La sera i rumori andavano man mano scemando e il buio copriva lentamente la valle, i bassi davano il loro segnale di vita dalla flebile luce accesa “annanzi ’o vascio” (davanti al portone).
L’indomani tutto tornava come prima.
Questo è solo una piccola parte di quel mondo solidale e laborioso che si estendeva da via Nappi alla Punterola, il centro antico della città, ci vorrebbero pagine e pagine per menzionare tutti, che ha avuto le sue radici fino agli anni 60, mentre lontano la città si costruiva e non si pensava, avviando già allora la speculazione edilizia che vede oggi tanti mostri di architettura in giro.
Questa era l’anima popolare più schietta e più vera e anche più fantasiosa di una comunità.
Negli abitanti c’era l’orgoglio di una nobiltà di
origini e insieme la sicurezza che deriva dall’appartenenza a un luogo animato
da secoli di storia.
La vita scorreva lenta tra le case di tufo, ora solo un ammasso di calce, lamiere, coppi e mattoni, tutto quel che resta di un paesaggio bucolico che ancora vuole sopravvivere.
Solo rivalutando i vari frammenti della nostra storia possiamo andare avanti, vista nei vari aspetti anche quelli più quotidiani, più popolari e consueti.
Essi ci aiutano a fondare quel senso di condivisione culturale paesana che unifica e dà senso ad una comunità.
Senza passato è difficile capire il presente e costruire il futuro.
La memoria ci qualifica, ci educa.
E’ tardi, quando risalgo l’ultimo scalino, guardo in lontananza le luci della Casina del Principe, ritornata a nuova vita, non mi volto indietro, sono sicuro, ora conosco le mie radici.